Uno dei più grandi scrittori tedeschi del ventesimo secolo, Heinrich Boll, ha scritto in un suo libro (“Opinioni di un clown”, per chi interessa) che la vita, per gli artisti e i sognatori, è una successione di attimi. Che cos’è un attimo, un istante, un barlume di secondo al cospetto di una vita intera? Nulla, una goccia nell’oceano forse. Ma è proprio da questa infinitesima parte di esistenza che parte la spinta per cambiare il corso degli eventi, il più delle volte.
Oggi non voglio perciò parlare di una partita, sarebbe troppo per quel che mi vorrei prefiggere. Parlerò di un minuto di partita, non tanto forse, ma si tratta di quella piccola unità in grado di cambiare gli eventi per tanto tempo. non ci credete?
22 marzo 1997, Grenoble. All’inizio del secondo tempo l’Italia sta vincedo a sorpresa contro la Francia per 20-13 nella finale di Coppa FIRA. Sembra qualcosa di incredibile, anche perché questa volta i francesi guidati dall’ex ct Pierre Villepreux sono “quelli veri”, sono i giocatori che hanno vinto il Cinque Nazioni nel 1996, e già questo sembra un passo avanti rispetto alle selezioni di giovani e/o vecchie volpi che ci affrontavano di solito naturalmente senza concederci il cap. E invece no, perché non solo li stiamo battendo, li stiamo limitando, li placchiamo “con lo champagne in gola” come diceva il capitano, Massimo Giovanelli.
Poi però inizia il secondo tempo e sembra di rivivere lo spettro di altre incompiute, tipo le sconfitte con Springboks e Wallabies: al 12′ Bondouy va in meta in prima fase dopo una touche, e al 16′ il mediano di mischia Accoceberry calcia malignamente dietro la nostra difesa. La palla resta in campo. Vaccari, schierato all’ala, prova ad afferrare quel pallone dal rimbalzo dispettoso. Gli sfugge una, due volte, rischia l’avanti. Per di più si trova tre bruti francesi pronti a portarlo in questura. Sembra il momento dei titoli di coda, ma all’improvviso ecco la scintilla che cambia tutto. Vaccari, forse disobbedendo ai principi naturali, afferra il pallone e con una veronica lascia sul posto i tre avversari, poi serve all’interno Mazzariol invece di calciare via il pericolo. Per dirla tutta, io mi sarei svitato il malleolo con una pedata pur di non vedere i francesi in quella zona. Lui no, e il pallone finisce a Mazzariol che sfonda insieme a Croci. Palla a Troncon, ferito sanguinante nel primo tempo, che apre a Dominguez. La difesa francese monta all’esterno, peccato che Diego serva all’interno ancora Vaccari che guadagna altri 5-6 metri, siamo fuori dai 22. Poi è Bordon a vedere Pertile all’esterno e a servirlo, lo placcano in due, e siamo sui 10 metri. La difesa francese arranca e Dominguez se ne accorge: salta il centro e palla a Vaccari che si beve letteralmente quel che resta della linea francese e serve all’interno Marcello Cuttitta, che viene subito placcato disperatamente dai galletti, ma riesce a servire Troncon con un offload da manuale. I francesi sono cotti e vedono il mediano azzurro con il pallone in mano contro quattro maglie bianche nell’area dei 22. “La sfanghiamo anche questa volta” pensano, e lo accerchiano quasi. Troncon non aspettava altro, indugia un attimo e sposta il pallone all’esterno dove arriva una maglia azzurra. Chi vi aspettate a questo punto che accorra a prendere il passaggio? Vaccari, l’onnipresente e vera iradiddio in quel periodo? Dominguez, che tra una cosa e l’altra c’è sempre? No, sbagliato. Arriva Giambattista Croci, altissima seconda linea di 32 anni con una chierica che gliene affibbia altri 10, l’uomo a cui meno pensi in un contrattacco alla mano in velocità contro i francesi. Come se in una gara di Moto GP all’ultimo giro fossi in testa e ti trovassi alle tue spalle una Vespa 50 con la freccia fuori, pronta a sorpassarti. E Croci però ha un pregio, è essenziale e fa tutto quello che deve fare: ricevere il pallone e correre quei 10 metri che lo separano dal paradiso. Bondouy prova una francesina, ma è tardi: la palla è schiacciata a terra e l’Italia è di nuovo avanti! Gardner è il primo ad accorrere, poi arrivano gli altri.
100 metri in 38 secondi. Non è un record, non lo sarebbe neppure per me. Ma è la durata dell’attimo, di quel barlume che ci tiene ancora stretti a un sogno, il Sei Nazioni. La partita finirà con un 40-32 che non dice di una meta di Vaccari propiziata da un Gardner in versione asfaltatore, che non dice del piccolo Cuttitta che prende un certo Saint-André e lo trascina fuori dal campo. E che non dice poi molto sull’invasione di campo finale, che molto ricorda il finale di “Fuga per la vittoria”, film con protagonista la coppia più improbabile della storia, Pelé e Sylvester Stallone. C’è una grossa differenza con quella scena del film: nessuno voleva scappare da quel campo intabarrato in vari impermeabili, tutti volevano rimanere lì, ancorati a un sogno. E a 15 anni di distanza il sogno Sei Nazioni è ancora vivo, e lo dobbiamo (anche) a quela meravigliosa scintilla durata 38 secondi.